foto in copertina: © Andrea Avezzù

Do architecture è questo il leitmotiv della XX Mostra Internazionale di Architettura, presentata questa mattina a Venezia. Un numero tondo che non può che richiamare alla mente la geniale intuizione avuta da Paolo Portoghesi 40 anni fa, con il titolo "La presenza del passato, invito a ragionare attorno al rapporto tra passato e presente in architettura. Un punto cruciale, quello, che sembra ritornare anche nella Biennale di Wang Shu e Lu Wenyu - in programma dall'8 maggio al 21 novembre 2027 tra Arsenale, Giardini e altre sedi sparse per la città di Venezia - che nel titolo include anche "La possibilità di coesistenza nella realtà reale".

«Di fronte al cambiamento climatico globale - affermano i curatori - come possono coesistere e operare in sinergia approcci strategici, progettuali e tecnologici, sia attivi che passivi? Territorio e architettura possono davvero convivere? Possono i materiali naturali e i saperi artigianali locali superare le barriere concettuali e tecniche, fino a diventare componenti essenziali della progettazione e della costruzione contemporanee? Memoria e innovazione possono coesistere dialetticamente? La progettazione e la costruzione moderne, orientate all'efficienza, possono convivere con un approccio artigianale più lento e profondo? E il conflitto tra modelli di sviluppo urbano e rurale può essere risolto?»

«Tutte queste domande - proseguono - convergono in una direzione precisa: la necessità di confrontarsi con la realtà reale e con le pratiche locali, di "fare architettura" in modo diretto, privilegiando una dimensione del "fare" fisica e tattile. È proprio attraverso questo atto concreto del "fare" che elementi apparentemente incompatibili possono trovare forme di coesistenza all'interno di uno stesso spazio. È questo, dunque, il tema che abbiamo proposto per la Biennale Architettura 2027: Do Architecture - La possibilità di coesistenza nella realtà reale.»

foto: © Matteo Losurdo

Il significato della parola "fare" per far coesistere le diversità

Questa parola così semplice - "fare" - nelle intenzioni dei due architetti andrà oltre l'atto del costruire, rappresentando una presa di posizione critica rispetto alla condizione contemporanea dell'architettura. In un mondo segnato da crisi climatiche, guerre, accelerazione tecnologica e urbanizzazione incontrollata, i curatori parlano infatti di una disciplina sempre più distante dalla realtà, schiacciata tra commercializzazione, immagini effimere e sovrapproduzione concettuale. La loro proposta parte, dunque, da qui: riportare l'architettura dentro la vita reale, come pratica capace di confrontarsi direttamente con luoghi, comunità, memoria e materia.

Il tema centrale della Biennale sarà quindi la "coesistenza della diversità": tra natura e artificio, tra innovazione e tradizione, tra tecnologia e artigianalità, tra città contemporanea e patrimonio storico.

Per il Presidente della Biennale di Venezia, Pietrangelo Buttafuoco: «In loro il durare dell'edificio non va incontro all'usura, a qualcosa che va a svanire, ma è quella capacità di rendere presente la tradizione e al contrario fare presenza di un atto fondante.  Il tema individuato per la Biennale Architettura 2027, Do Architecture - La possibilità di coesistenza nella realtà reale, assume così il significato di un invito a costruire possibilità di coesistenza tra natura e artificio, tra innovazione e memoria, tra progetto contemporaneo e culture locali. La loro nomina a Direttori artistici del settore Architettura riconosce in tale disciplina la capacità di radicarsi nella realtà dei territori, e di trasformarli tutelandone la complessità.»

foto: © Andrea Avezzù

La visione di Wang Shu e Lu Wenyu, tra continuità, tecnologia e tattilità dell'architettura

Come già anticipato durante l'annuncio della loro nomina nel mese di novembre dello scorso anno, la visione di Wang Shu e Lu Wenyu riguardo l'architettura contemporanea appare lucida e disincantata, identificando nella stessa la possibilità di distruggere le condizioni culturali e territoriali che dovrebbe invece proteggere. 

Se Carlo Ratti aveva posto al centro della precedente Biennale la necessità di ripensare il rapporto tra ambiente costruito, natura e sistemi artificiali attraverso nuove forme di intelligenza, con Wang Shu e Lu Wenyu il discorso sembra spostarsi oltre questa separazione. La loro ricerca prova infatti a superare la dicotomia tra naturale e artificiale, lavorando su forme di continuità tra architettura, territorio e memoria materiale

Nel contesto della Biennale, saranno quindi messe al centro pratiche capaci di lavorare sulla continuità piuttosto che sulla sostituzione, dal recupero dei materiali al riuso dell'esistente, dall'attenzione ai saperi locali fino alle architetture spontanee, considerate non come residui marginali ma come forme ancora vive di relazione con il territorio.

La riflessione si estenderà anche al rapporto con la tecnologia: i due curatori, infatti, non ne rifiutano il ruolo, ma invitano a usarla in modo non astratto o simbolico, evitando che l'innovazione produca ambienti sempre più separati dall'esperienza fisica dello spazio. In questo senso diventa centrale il tema della tattilità dell'architettura, del rapporto tra corpo e costruzione, della possibilità di lasciare gli edifici aperti a trasformazioni future invece che concepirli come oggetti conclusi.

Dentro questo quadro, anche Venezia ricopre un ruolo fondamentale. Non soltanto sede della Biennale, ma laboratorio concreto di confronto tra conservazione e trasformazione, un luogo dove la stratificazione storica continua a convivere con la contemporaneità, ricordando anche l'eredità della Carta di Venezia come riferimento internazionale per il tema della tutela.

Alcune delle opere principali di Wang Shu e Lu Wenyu

foto: The National Archives of Publications and Culture in Hangzhou | © Wang Dachou

foto: The National Archives of Publications and Culture in Hangzhou | © Ji Yun

foto: Ningbo Historic Museum | © Lv Hengzhong

Xi'an Opera House and Concert Hall | © Laksana Studio 

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